Memoriale della Deportazione

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PER NON DIMENTICARE
Testo di Marco Mulazzani
Foto di Alberto Piovano

Con due monumenti, scrive Manfredo Tafuri nelle pagine iniziali della STORIA DELL’ARCHITETTURA ITALIANA 1944-1985, si apre la stagione del dopoguerra nel nostro paese, “affinchè non sia permesso dimenticare”: a Roma, il monumento delle Fosse Ardeatine(1944-47), realizzato nelle stesse cave che furono teatro della strage da un gruppo guidato da Mario Fiorentino con sculture di Mirko Basaldella e Francesco Coccia; a Milano, il monumento ai Caduti nei campi di concentramento in Germania(1946), realizzato nel cimitero monumentale dal gruppo BBPR. La volontà comune di voler fissare per sempre il ricordo di una tragedia immane e, al tempo stesso, due riflessioni diverse sul passato recente.
Da Allora, gli architetti, si sono cimentati ripetutamente con questo difficilissimo tema- si pensi ad esempio al Museo-monumento al Deportato nel Castello dei Pio a Capri, anch’esso realizzato, nel 1963, dai BBPR con la collaborazione di Renato Guttuso- lasciando testimonianze forse meno note, ma non meno alte, della persistente volontà di ricordare e far ricordare. Come il Memoriale della Deportazione di Borgo San Dalmazzo.
Il 21 novembre 1943, 329 ebrei provenienti da tutta Europa vengono ammassati sul piazzale della stazione della cittadina piemontese e caricati nei vagoni merci diretti al campo di concentramento di Drancy, nei pressi di Parigi, a da lì inviati ad Auschwitz. Pochi mesi dopo, il 15 febbraio 1944, altri 26 ebrei, in prevalenza italiani, partono dalla stessa stazione in direzione Fossoli, campo di transito per Auschwitz e Buchenwald. Di questi uomini, donne e bambini, solo m18 del primo gruppo e 2 del secondo sopravviveranno.
Il primo atto per commemorare questa vicenda risale all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, con l’acquisto da parte del Comune di Borgo San Dalmazzo di tre vagoni merci che vengono collocati su un binario morto nei pressi della stazione. Davanti agli stessi tre vagoni, più di vent’anni dopo, sorge il Memoriale. La sua concezione è semplicissima: un basamento in cemento armato – una lastra sottile appoggiata a terra – con due rampe inclinate per consentire l’accesso ai disabili sia alla piattaforma sia all’interno di uno dei tre vagoni; un letto di grandi pietre e una sorta di passatoia in asfalto colorato con vernice rossa per definire i bordi della piattaforma e segnare l’accesso al piazzale. La superficie dei cemento accoglie 480 lastre di acciaio corten, spesse 5 mm e larghe 14 cm: 335 raccontano chi non è più tornato, i loro nomi, il paese di provenienza e l’età registrata all’ingresso dei campi intagliati con il laser sulle barre; 145 separano i diversi gruppi famigliari. I nomi dei 20 sopravvissuti stanno invece in piedi, composti con lettere realizzate sagomando lastre di corten larghe 14 cm e spesse 1,5 mm, saldate in officina a una barra continua che ne costituisce la base e irrigidite con l’ausilio di tondini di ferro. Le altezze delle scritte sono differenti – tra 90 e 180 cm – talchè, abbracciandole in un unico sguardo, insieme alle ombre che esse proiettano sul terreno, o camminandovi in mezzo, non si può fare a meno di pensare alle persone che qui sono nominate, una ad una, in attesa di salire sui vagoni. La dimensione incommensurabile usualmente associata all’Olocausto diviene così improvvisamente percepibile, ma non per questo diminuita, in ognuna delle vite, spezzate o salvate, che il Memoriale evoca con precisione scevra di qualsiasi ridondanza retorica.
Di fronte a tale esito, passano in secondo piano considerazioni, pure possibili, in merito al disegno tipografico; viceversa, vale forse la pena di sottolineare l’apparente paradosso costituito dal fatto che questa opera, che si prefigge lo scopo di ricordare, sia per più versi riconducibile alla pratiche dell’installazione ambientale e alla tradizione dell’allestimento temporaneo. Ciò non deve stupirci: vi sono architetture, per dirla con Raffaello Giolli, cui anche un solo giorno basterebbe per vivere per sempre.

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