Ibridazioni. Capitolo Terzo

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su pinterest
Condividi su email

‘Architetturazione’ del paesaggio contemporaneo

di Paolo Marzano

A chi, della mia generazione, già frequentava le università durante il periodo architettonicamente definito come post-moderno, riuscirà più facile ricordare come in quella decadente stagione, era palese una logorante stagnazione teorica. Strumentalmente, certe ‘cattedre’ si crogiolavano nel risuscitare secondo metodologie ancora recondite, fantasmi del passato ed elaboravano giustapposizioni mummificate d’elementi che a chiamarli ‘codici linguistici di riferimento’, si faceva veramente una fatica enorme. All’imperversare di quelle forme e di quelle teorie narcotiche, incantatrici, ridondanti e nauseabonde, come mi è capitato già di spiegare (vedi articolo in rete; La soglia in dissolvenza ), si è verificata una corrispondente ricerca silenziosa da parte di una generazione coraggiosa, in quanto consapevole delle proprie possibilità, preparata e soprattutto colta sulle tematiche dell’approccio al sistema urbano. Più che dalle visioni neo-neo classiche , questa generazione ha preferito assorbire didatticamente, dall’urbano, le sue regole indagandone le complesse evoluzioni architettoniche. Intrisa di relazionalità , tutta ancora da comprendere e da interpretare, la problematica urbana ha cancellato totalmente l’edonistica e infertile pesantezza post-moderna, gettando le basi per l’apertura agli sconvolgenti scenari urbatettonici che viviamo. Sono stati generati, così, ambiti variabili di nuova competenza, appoggiati da espressività che, nella tecnologia informatica, hanno trovato un loro importante riferimento. Praticamente, tutto ciò che le metafisiche composizioni, confezionate dal post-moderno, non avrebbero mai potuto esprimere. La mia riflessione si ferma però a focalizzare (come al solito) una mutazione culturale in atto. Una realtà data dalla sovrapposizione continua della saturazione tecnologica posta sotto pressione e per la quale occorreva un obiettivo ben definito per potersi evidenziare. Ora finalmente ci siamo; l’argomento riguarda le energie rinnovabili e le fonti dalle quali esse scaturiranno. Questa realtà apre le porte ad un universo nuovo, anzi alternativo. Riabiliterà processi decisionali e categorie di significati vicinissimi alla rivalutazione e alla riconversione architettonica sia di aree dismesse sia di edifici e parti di città, modificandone l’essenza e la forma. Traspare , infatti, una condizione che si differenzia dall’allucinante vortice di calligrafismi autoreferenziali, capaci di condurre in un vero e proprio delirio di visioni, per meglio accedere ad una concretezza intellettuale. Abbiamo ormai riconosciuto come le ibridazioni , tra avanguardia tecnologica e problematiche sociali, possono intrecciare nuovi discorsi d’argomentazione prettamente architettonica. Ho sempre sostenuto che, tali cambiamenti di scenari, attivano idee e funzionalità diverse da quelle per i quali, sono state scoperte ( ibridazioni , appunto!), realizzano una loro diversa destinazione d’uso condizionata dalla transitorietà degli eventi metropolitani e dalla ricombinazione dei flussi tecnologici. Sappiamo che, parte dell’uso dell’energia alternativa, volgerà sempre più l’attenzione, verso la fonte solare, per cui, in linea di principio, osserveremo per esempio, come progettualmente aumenteranno le superfici che ad esso, saranno rivolte. Siamo, quindi, vicini ad una visione nuova di urbanità; sorgeranno edifici tronco-piramidali oppure sistemi di collegamento stradali che si attiveranno come vere arterie e capillari di un sistema integrato di linee energetiche . Porteranno linfa e vitalità alla città, pronta ancora una volta, a trasformarsi ed a mutare. L’architettura, in effetti, ha sempre portato conforto ad idee ed a mondi possibili, cercando con grande impegno di non allontanarsi dalle problematiche evolutive che toccano la vita dell’uomo e del suo ambiente. Infatti, se pensiamo bene, l’aumento dell’interesse legato alle nuove forme d’energia rinnovabili, prodotto dall’aumento del costo del petrolio o dalla crisi prodotta dalla limitazione continua, delle riserve di gas, oppure l’inizio di discorsi sulla salvaguardia dell’ambiente naturale, ha spostato l’interesse verso queste nuove forme di recupero (un po’ tardivo) dell’energia. Appare chiaro, che siamo all’alba di una nuova epoca com’è stata quella per la scoperta del fuoco o dell’uso della ruota; un nuovo modo d’intendere l’uso della materia, terra .Non perché ci si sia impegnati a capirla, ma perché le condizioni del suo esagerato sfruttamento ci hanno alfine, costretti a farlo. Le ibridazioni condurranno l’uomo- urbano a confrontarsi continuamente con il suo stesso luogo d’appartenenza, ridiscutendo ancora una volta le sue coordinate che appena adesso si stavano adeguando, ‘radicalizzandosi’ paradossalmente, all’ipnotica dimensione virtuale. Il contemporaneo tecnomade procederà senza sosta all’ architetturazione del suo spazio, completando il ciclo naturale di ricomposizione delle competenze che era stato interrotto con l’uso dei combustibili fossili. Allora si rivelano chiari i motivi delle eclatanti forme irregolari, delle svariate estrusioni lungo percorsi dati, dei contorsionismi esageratamente non competenti della vera matericità architettonica, delle tanto improbabili quanto seducenti gastroscopie grafiche che indagavano pieghe ameboidi. Sono infatti, una forma di simulazione controllata per le categorie compositive nuove, sono gli esperimenti di ricerca per affilare gli strumenti da usare nella prossima stagione architettonica. Sono i modelli virtuali di realtà possibili che aprono spiragli ad una mirabolante nuova contemporaneità. Il dubbio che riguardava la validità del gioco delle relazioni urbane, dove queste forme, soffrivano di una tremenda crisi d’inferiorità, ora è svelato. Gli esercizi sui corpi edilizi che come ‘cavie’ da laboratorio sono stati messi a contatto di programmi rivoluzionari, hanno reagito ottimamente. Gli studi di performances geometrico-frattali diversificate, hanno generato nuovi e inaspettati cataloghi di un’anatomia architettonica rinnovata. Tutto fa parte di un lavoro da laboratorio strettamente legato alla ricerca architettonica che sarebbe grave inserire, nell’urbano fluido metropolitano in pieno esperimento. Il livello raggiunto, badate bene, è altissimo; gli strumenti per la progettazione dell’architettura sono calibrati e tarati da uno studio attento. Una strada di ricerca varia, apprezzabile e certamente ‘confortevole’, ma non è ancora strutturante. Il rischio sempre in agguato è quello, come si è già detto, di costituire un’altro blocco progettuale, con cadute nel mare magno del calligrafismo-informale, come una riproposizione variata di profili in un’allucinante e perenne ripetizione di forme geometriche da screen saver autoriprodottesi sui video dei computer in stand-by . Ho ritenuto interessante, in questa trilogia sulle ibridazioni, evidenziare, la notevole genesi mutante dell’architettura che sembrerebbe affetta da un’intima facoltà mimetica (di memoria benjaminiana), in preda ad una seducente estetica della sparizione (di memoria viriliana) per cui la ricerca guarda ai percorsi e alle direzionalità e anche sulle nuove e colte proprietà formali di pezzi di urbano che sembrano superare le sperimentazioni della spettacolarità grafica. Interessante a proposito, l’idea di Zaha Hadid per il concorso del Phaeno Science Centre di Wolfsburg che contrasta con la stalagmitica introspezione ecografica del progetto di grande Forum per la musica, la danza e le arti visive a Gent, di Andea Branzi e Toyo Ito (progetti su Domus 887). Oppure il progetto Abalos & Herreros per l’edificio polifunzionale a Las Palmas de Gran Canaria in Domus 882, la soluzione di Anish Kapoor + Furure Systems nelle pagine di Casabella 739/740, gli estremi possono essere delle buone soluzioni sperimentali nello studio della qualità spaziale nel caso delle ville progettate da Richard Neutra negli anni ’60 e riviste da Zaki Amir (fotografo, Domus 885), ma molto sollecitante per questo tema è il numero di Casabella doppio 739/740 dal titolo Forme del movimento . Se l’urbano assumerà delle forme di questo genere diffondendosi nello spazio, allora si potrà concepire una nuova idea di città che fonda la sua matrice nelle forme d’energie, derivabili dalle sue stesse tracce ( percorsi ) architettoniche. Una prova pratica di quanto detto? Qualche tempo fa parlavo de l’Estetica dell’espansione , univo il colossale filtro descrittivo e il significativo apporto culturale boccioniano del linearismo congenito e del dinamismo plastico , alla formazione compositiva architettonica che si andava delineando. Tentacolare è lo sviluppo della città e quindi, tentacolari risulteranno le forme degli interventi che si realizzeranno in essa. L’apporto tecnologico per ‘strutturare’ un volto nuovo alle periferiche diramazioni urbane, rivela una vicinanza compositiva con le profetiche opere scultoree e teoriche dell’artista Umberto Boccioni. Per la sua conformazione l’Italia, è caratterizzata dalla sua direzione geografica longitudinale verso le zone calde. Questa visione è utile per comprendere come potrebbe rivelarsi vantaggiosa la possibilità di sfruttare le lunghe arterie di comunicazione per ricavarne la colonna vertebrale, per esempio, di una struttura fotovoltaica o a pannelli solari o ancora eolica per produrre energia , senza, per questo, rinunciare a superfici utili e procurando impatti ambientali catastrofici. Immaginate, infatti, di iniziare un discorso un po’ più puntuale e particolareggiato sui progetti per queste nuove fonti ‘energetiche’, per esempio sfruttando i tracciati autostradali, di linee fotovoltaiche (e non più campi ), o i viadotti o le sopraelevate o i ponti, si possono immaginare strutture capaci di sostenere moduli di pannelli fotovoltaici e che questi possano essere messi a disposizione di opere statali o private per il recupero di energia (per esempio i pannelli fotovoltaici addossati ai piloni dei viadotti o compattati come le barriere antirumore delle autostrade, oppure pale eoliche applicate tra le campate dei piloni dei viadotti o dei ponti per evitare possibili impatti ambientali). Esistono università d’architettura capaci, giorno dopo giorno, di coltivare idee importanti e teorie interessanti che sono però confinate ad un’autoesaltazione delle forme bloboidi o derivanti da mirabolanti composizioni magari troppo fini a se stesse, senza collegamento con le vere regole dell’evoluzione urbana. Auspico, allora una contestualizzazione didattica capace di operare una determinante, quanto utile, intelaiatura concettuale e progettuale per la ‘costruzione’ di strutture collaboranti con gl’impianti di energie alternative. Pensate un po’, si può avere dell’energia nuova e disponibile, ‘catturata’ da forme architettoniche di nuova generazione. Queste, eviteranno chiaramente, l’omologazione degli ambienti naturali dove vanno ad insersi, e sicuramente diversificheranno il paesaggio. L’architettura è pronta ad impegnare la via per la riqualificazione strutturale del paesaggio quindi di se stessa. Dalla sua mutazione, si procederà alla ridefinizione di tutto un diverso genere di visioni e soluzioni soprattutto per la vivibilità dell’ambiente urbano. Ancora una volta le fondamentali ibridazioni architettoniche hanno funzionato, anzi, hanno dimostrano di condurre ad importanti sviluppi per il futuro. La transitorietà ed il consumo della materia architettonica, come auspicavo tempo fa’, cancella e nello stesso tempo rigenera nuovi e inattesi scenari, una verifica sostanziale e concreta, per chi, fin adesso, ha sperimentato compositivamente la forma e l’ha fatta maturare. La dimensione urbana ora, chiederà al tecnomade , un impegno colossale, ma soprattutto pretenderà da questi, una vera sensibilità per il controllo del suo territorio secondo terminologie architettoniche totalmente nuove, alle quali ora, possiamo dire di essere culturalmente e tecnologicamente preparati. Non esiste più alibi, l’energia pulita è la risposta. L’alternativa ? E’ chiaro, mancando la sensibilità per i problemi urbani, quindi attinenti direttamente all’uomo, apriamo le porte alla possibile e ovvia catastrofe ambientale. N.B.: Immagini tratte da alcune disegni tavole e lavori di Paolo Marzano.

La Redazione
Architettare.it è un Vortal dedicato ad architettura, design e lifestyle. Nasce nel 2000, come blog di studenti dell’Università di Architettura di Roma La Sapienza. Pubblica il primo articolo nell’Ottobre dello stesso anno e dalla data di fondazione ha ricevuto diversi apprezzamenti dalla critica e dal pubblico, tanto da essere uno dei siti più apprezzati e longevi del settore.
X