Ricognizione riflessiva di alter-azioni ancora percepibili, dei corpi architettonici

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Ricognizione riflessiva di alter-azioni ancora percepibili, dei corpi architettonici

“Quando un sistema raggiunge i suoi limiti e si satura, si produce una reversione: accade un’altra cosa, anche nell’immaginario. Finora avevamo sempre avuto una riserva di immaginario e però il coefficiente di realtà è proporzionale alla riserva di immaginario che gli conferisce il suo peso specifico. Questo è vero anche per l’esplorazione geografica e spaziale: quando non c’è più territorio vergine, e dunque disponibile per l’immaginario, quando la carta copre tutto il territorio, qualcosa come il principio di realtà scompare.”
Tratto dallo scritto Simulacri e fantascienza, di Jean Baudrillard.

Le continue, estensioni sovrapponibili e rinnovabili, che la tecnologia ci consegna come tremendamente necessarie, vanno sempre più ri-definendo, il corpo organico, inserendosi, nel nostro quotidiano, come delle vere e proprie ‘periferiche’. Esse sono capaci di ‘assemblarsi’, riconoscendosi a vicenda e riaggiornano, limitando i nostri gesti e conseguentemente il nostro spazio vitale. Sviluppano funzioni che a volte trascendono il nostro stesso comportamento, producono interconnessioni sconosciute, appropriandosi di spazi non previsti e forse mai cercati, agevolano piccoli ambiti ‘altri’, indicandoci una direzione verso un mondo di esigenze da soddisfare necessariamente innescando altre connessioni sempre più ‘invasive’. La presunta ed illusoria libertà d’intervento dell’individuo, sulla realtà, ha probabilmente determinato o determinerà circuiti perversi di sistematiche strategie di controllo sui corpi rendendoli muti. Una frammentazione delle funzioni e delle coordinate individuali che, con l’appoggio della tecnologia multimediale, tendono ad espandersi verso dimensioni diverse ed a canali conoscitivi complessi, alternativi, disgiunti da una scelta desiderata. Il che diventa abbastanza preoccupante. Quello che ci interessa però, è capire se i vantaggi dei mondi informazionali, istituiscano una forma di maggiore libertà, che risulterebbe per un certo verso ‘mimetica’ rispetto alla rete, oppure generino spostamenti che lasciando una traccia, una scia, fatta di messaggi e informazioni ‘seconde’, diventino estremamente riconoscibili perciò controllabili. Senza ombra di dubbio, sono eventi appartenenti fisiologicamente ai linguaggi espressivi e alle mutazioni tecnologiche, che man mano si sono auto configurate, stratificando l’attuale realtà.
La commutazione dell’interfaccia è proliferata, il processo di crescita frattale dei sistemi comunicativi si espande, consuma il tempo decretando l’agonia del ‘vissuto’ individuale. L’istantaneità domina sulla transitorietà del tempo, sulle sue rigeneranti relazioni e permette scambi consapevolmente immateriali. Diventa determinate, a questo punto, che ci si rivolga all’unica materia di verifica di nostro interesse per saggiare gli strati di cui è composta questa complessa realtà; l’architettura.

L’architettura, infatti, è prevalentemente una materia ‘unta’ (vocabolo da intendere nelle diverse e obbligatorie accezioni) di quotidiano. Essa è caratterizzata da diverse componenti linguistiche e progettuali come la sublime trasparenza, la severa luminosità, poi, l’intrigo formale giunge a compromessi con essa e definisce le ombre quindi i volumi. Il colore dei materiali d’elezione propriamente naturale (è chiaro), ma una cosa ritengo è fondamentale; da tenere in considerazione. Tali architetture, infatti, sono sollecitate o dinamicamente ‘smosse’, progettualmente istigate e provocatoriamente realizzate da un’operatività basata sullo studio e la ricerca, da ambiti teorici, terminologici, metaforici, costituenti una base di esperienze fenomenologicamente vitali. Forse appartenenti ad un altro sistema di relazioni percettive di dichiarata evidenza. L’architetto lo sa, e mentre una mano digita sulla tastiera controllandone la struttura, l’altra tocca la superficie dei materiali sentendone la grana e saggiandone le caratteristiche utili alla costruzione finale, quando il pensiero diventa spazio architettonico. Non esiste, infatti ‘ibridazione’ senza vulnerabilità e precarietà, non esiste ‘interattività’ senza scolorimento oppure ossidabilità, non esiste ‘connessione’ senza screpolature o scollamenti, non esiste ‘smaterializzazione’ senza deterioramenti od opacizzazioni, praticamente non esiste lo spazio architettonico senza, avvizzamenti, muffe, graffi, scheggiature, ammaccature, tacche, componenti mutevoli dei materiali e di tutta un’architettura il cui dna contiene un elemento di transitorietà. L’oggetto architettonico, promuove rinnovate percezioni e la loro realtà materica, appare ‘di risulta’, rispetto all’analisi che il computer ne sostiene.
Cosa, dell’oggetto ‘reale’, quindi, ‘attuale’, non è condiviso, dalla velocità dell’informazione che lo ‘s/coinvolge’ e lo avviluppa? Ritorna in mente una frase del profetico Bruno Zevi quando riferendosi a Leonardo da Vinci, dice: “[…] va ricordato quanto diceva Leonardo sulla necessità di tener conto delle nebbie, delle foschie, delle sbavature, delle albe, delle piogge, del clima ingrato, del caldo, delle nuvole, degli odori, dei tanfi, dei profumi, della polvere, delle ombre e delle trasparenze, degli spessori dolci quasi sudati, delle evanescenze fuggevoli. Adesso l’architettura è attrezzata per captare tali valori”.

Di un oggetto, lo spazio com-prende, avvolgendolo, la luce i colori le proiezioni nell’intorno. Il tempo a sua volta traduce quest’aura ‘oggettuale’ in un’opaca storia di ‘assorbimento’ del luogo. In effetti un corpo, avviluppa relazionandosi, il suo mondo compenetrandolo e generando la propria unica realtà. Metafora piuttosto attendibile, perché verificabile di un’eloquente ed evidente, alterazione formale e percettiva.
La transitorietà degli eventi relazionali dei corpi architettonici, è per la maggior parte integrata a questi aspetti legati indissolubilmente al tempo ed allo spazio ‘occupato dall’esistere’, quindi è un valore estetico da attualizzare. Ora, se allarghiamo il nostro campo di analisi e prendiamo in considerazione l’oggetto-città, allora ecco che, l’artefatto umano per eccellenza, testimonia quanto un corpo architettonico, può assorbire dall’intorno e quanto può espandersi in esso.
Nel momento in cui si arriva alla rappresentazione di questi stati di variazione del corpo architettonico, sia esso oggetto singolo o anche tutta una città, ci confrontiamo con tutto un genere di sistemi diversi di comunicazione. Sempre continuando l’analisi della città, come ricerca ‘oggettuale’ di trasformazione-autonoma, cogliamo come lo spazio e il tempo ascrivendone un’inedita con-formazione.
Aggiungiamo volentieri questo nuovo elemento arricchendo così, il tavolo della ricerca, dalle repentine accelerazioni visive. Lo spazio-tempo risulta attualizzato ed in alcune sequenze, anche verificato; un risultato apprezzabile nel campo strumentale e tecnologico per la comunicazione dell’architettura. L’uso di queste novità informatiche davvero potrebbero contribuire a forme di decodificazione della realtà
Dall’attenta e puntualissima ridiscussione dromologica, svelata da Paul Virilio (L’orizzonte negativo – saggio di dromologia) attraversiamo ‘ibridanti’ sistemi di nuova concezione in cui l’immaginabile diventa velocemente visualizzabile e ancora più velocemente rappresentabile. Verifichiamo, dunque, un aspetto che da ‘dromologico’ diventa ‘dromografico’, in effetti la realtà condotta ad altissima velocità descrive solo segni, forse parvenze o evanescenti percezioni. L’architettura si affranca dai teoremi, evidenzia l’atto minimo di attività di cui è strutturata e svela così, contributi visivi e immagini dichiarando l’importanza di questi strumenti che ora partecipano all’evoluzione dello spazio architettonico, sconnette i binari sui quali veniva trainata e genera ‘scambi’ irregolari nelle diverse direzioni. Una quarta dimensione ‘zeviana’ finalmente realizzata. Lo spazio-tempo avrebbe una significanza recuperabile o almeno, ora, rintracciabile; didatticamente potrebbe suscitare un’enorme quantità di nozioni ed esperienze uniche, se usata per parlare e soprattutto mostrare (rappresentare) l’architettura.
La tensione che continua a trasmettere la nostra realtà quotidiana, lo dobbiamo ammettere, esprime una dematerializzazione fin troppo veloce e determinante ai fini di un’analisi di quelle percezioni umane che potevano, fino a qualche tempo fa, evocare scambi tra l’ambiente vitale e l’immaginario mondo del possibile.
Infondo, lo avevamo ben compreso che il sogno, il desiderio e l’attesa della loro realizzazione, potevano favorire nuovi fermenti e conflitti in cui lo spazio ormai allo stremo, trova molte difficoltà nel passare dal ‘transitorio’ all’ ubiquo stato dell’uomo nomade immerso nel flusso dei molteplici e istantanei paesaggi che gli si presentano freneticamente. Nella velocità, lo spazio architettonico, a volte, non ‘traspare’, tarda a rivelarsi o addirittura scompare.

L’effetto temporale diventa, allora, particolarmente importante per stabilire quegli equilibri percettivi delle altalenanti scelte e di scambio di esperienze improvvise, un dialogo continuo della mente con il luogo, con l’esperienza del viaggio con il transitorio, favorendo gli stati intermedi di trasformazione (spostamento fisico è la radice del transitorio ) che entra in ‘risonanza’ con il pensiero e le percezioni stabilendo delle relazionalità ormai riconosciute. Può succedere che, il possibile e crepuscolare effetto soporifero delle virtualità visibili e sovrapponibili velocemente, rispetto alle certezze derivate da lente maturazioni, si avvicini in maniera piuttosto preoccupante ad una fase critica e di limitatezza del prodotto relazionale umano come riserva vitale, rispetto a quello presunto tale, quindi virtuale. Ma allora chiediamoci quali sono gli ambiti in cui è possibile osservare e verificare, questa ‘transitoria’ opportunità? Come venne descritto a suo tempo, è possibile l’ uso di una diversa intelligenza che possegga i suoi spazi e i suoi tempi in-formazione, prediamo atto però, della conseguente e possibilissima distrazione dell’attenzione, dalla lenta mutazione degli oggetti, che ‘transitano’ attorno a noi.
Il virtuale, che abbiamo imparato, contrasta con l’attuale, è quindi povero di mondo?
L’oggetto ‘attuale’, in effetti, assorbe l’essenza stessa della sua presenza nello spazio e nel tempo, rielabora modificandoli i propri profili con sfumature naturali irriproducibili, s’immerge nella sua trasformazione e si privilegia di giocare nella differenza. In questo apparire, esso assume l’aspetto di un corpo, certo fluttuante ma inserito in una dimensione spaziale e in un tempo che lo ‘sporca’ di realtà, lo consuma lo sperimenta. Sappiamo anche che, decontestualizzando un oggetto, esso assume qualità inaspettate insite nell’atto stesso dello spostamento dal luogo, ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso. Noi ne descriviamo le conseguenti trasformazioni relazionali con il presente, recuperandone gli ‘effetti collaterali’ dopo i conflitti con il reale. Forse un processo che ci avvicina al sublime fenomeno della transitorietà dei corpi e al processo ineluttabile verificato nello scoprire la genesi dello spazio (architettonico) dell’uomo.

Và notata, in questo caso, la concezione della visione di un ‘passaggio’, del tempo ‘negli-sugli-degli’ oggetti e la profonda possibilità espressiva che essi provocano nel trasformarsi relazionandosi nel tempo e nello spazio contribuendo a farci percepire il cambiamento di uno stato di cose fino ad allora indifferente. Ma cosa diventano questi oggetti quando vengono inseriti in un tempo che supera l’attimo presente e diventa già passato, cosa si somma alla loro forma, alla loro essenza, quale valore aggiunto, quale fenomeno ‘parassitario’ o ‘qualitativo’ li rende oggetti mutanti trasformandoli in oggetti ‘altri’.rispetto alle originali funzioni?
Quali oggetti più di altri ‘narrano’ la nostra mutazione in atto, se non quelli che catturano i nostri bisogni, e partecipano alle nostre relazioni, anche per pochi istanti?
Ho sempre pensato che l’oggetto, nel tempo crea un diverso spazio ‘di manovra’, ‘di movimento’, ‘di attività’. Non quella relativistica che riguarda l’apprezzamento di un rudere rispetto ad un oggetto dato e attuale, ma quella in cui il velo ‘sublime’, del transitorio, rappresenta già un’attività interstiziale. La presenza, nelle piegature di questa realtà, in un oggetto, rievoca consumi del tempo, visioni referenti di attività rimaste umane, per un tempo troppo breve. Unità di ‘scarto’, corpi architettonici come involucri troppo fragili, vuoti a perdere resi muti come i corpi che distrattamente, a volte, contengono.
Evidenti matericità che ‘transitano’, quindi diventano corpi costruiti, quasi architetture simulate, morfogenetiche creazioni dipendenti da spazi ancora da concepire. L’oggetto rilascia nel tempo la sua identità nell’intorno, contiene lo spazio come si trattiene un respiro e supera la barriera fisica, il corpo perde, ad un tratto, la forma, solo in questo momento è percepibile la dimensione dello spazio.

Corpi contenenti, quindi, costretti, addomesticati, iper-mediati e controllati perchè sovraesposti. Scarti isolati e sempre e(s)terni, spazi ‘di risulta’ non riconosciuti,, solidificate, esperienze plastiche disperse in un laboratorio di forme e segni che la città, ha saputo evidenziare con particolare attenzione nel proporre una dimensione immaginifica e allo stesso tempo sur-reale. A noi, rimangono le idee e le percezioni di corpi che, da queste strutture d’imballo, definiscono una forma di cristallizzazione di uno spazio ‘notevole’. Oggetti utili, dunque, solo nell’attimo della scoperta di un corpo da loro trattenuto o avviluppato forse conservato, oggetti che non sono contenitori, ma profili di spazio, decorazioni intorno ad una funzione, corpi interattivi che uniscono interno ed esterno, ambiti di trasformazione, metafora della transitorietà che, proprio come il mondo dei media, funge da ‘imballaggio’ contemporaneo capace di adattarsi alle diverse tentacolari proiezioni strutturali dell’urbano, rinnovandone i labirintici sensi e le sempre più complesse funzioni sovrapposte dal tempo.

Nota sull’autore – Studioso di storia e appassionato critico d’architettura, Paolo Marzano collabora con diversi organi d’informazione culturali. Nei suoi lavori di ricerca, pubblicati in rete o su riviste specializzate, espone idee e teorie sulla trasformazione della città e della sua continua mutazione, finalizzata all’analisi dei fenomeni d’ibridazione compositiva e progettuale del paesaggio contemporaneo. Ha pubblicato saggi per: la rivista Exsperience Trimestrale multisensoriale, Mattioli 1885 s.p.a Fidenza, Parma, con “Apulia”- Rassegna Trimestrale della Banca Popolare Pugliese n. IV dicembre 2006, con la De Luca Editori d’Arte, Roma nel maggio del 2007, con la rivista Kunstwollen delle Edizioni Esperidi 2010. Dal 2008 al 2010. Per maggiori informazioni sui suoi lavori e studi, digitare su qualsiasi motore di ricerca “urban n/urbs” o andare al link:

http://xoomer.virgilio.it/arch.paoladarpino/Architettura/ricerca.htm

 
 

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