“ POROSITA’ ” DEL PLURIURBANO

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L’incontro della percezione individuale con la scala delle relazioni urbane, sia esse materiali o immateriali, è diventata una pratica di ricerca e di pluridisciplinari attività progettuali, sempre più vivifica ed esaltante. Il paesaggio urbano si evolve di continuo, il suo profilo vibra costantemente, registrando scosse telluriche di profondità, minime e costanti. Tale ‘movimento’, spostando i confini dei territori conosciuti, destabilizza e ne ridiscute la proprietà identitarie sia fisico-sociali sia cognitivo-concettuali. Evidente, infatti, è la conseguente altera-azione delle due componenti essenziali di questa, urbana/umana, compromissione: lo spazio e il corpo. L’intera orografica, appare, dunque, sollecitata dalla situazione limite a cui è sottoposta, le fratture sempre più leggibili, prodottesi, nel tempo, hanno sconnesso e sovrapposto, gli strati formativi di diversa competenza. Il conglomerato informazionale, ha modificato l’aspetto territorializzante sconvolgendone funzioni, consistenza e senso.

La comunicazione scivola nello spazio, consuma il tempo, sovrapponendosi alle strutture e avviluppando i corpi, apparentemente compromessi nella loro staticità, ma realmente ri-conformati. Espandendosi, il magma informazionale riempie gli ultimi vacui e colma le enclavi rimaste. Non sono soltanto i volumi prismatici dei contenitori abitativi o i vuoti viari che formano una città, ma anche le relazioni tra essi che l’uomo stabilisce, costruendone, contemporaneamente, l’idea mitica di perenne approdo.
L’organismo urbano vive, infatti, perché capace di simulare prorio una scogliera frastagliata (comunque un approdo) e perché, naturalmente, reagisce innervando gangli e fasci sinaptici pronti a recepire ‘sensorialmente’ ogni evento emozionale che articola, accrescendo, il corpo/territorio. E’ in questa realtà ectopica, in equilibrio fra relazioni umane e i profili urbani che i corpi collaborano, come vettori informativi, inseriti in un flusso indistinto, ormai organo abnorme. Il carico d’informazione, aumenta per ogni individuo, scandendo, sempre più differenti relazioni, moltiplicando esponenzialmente il suo peso.
Ma, di quanta informazione, allora, può essere ‘caricato’ l’individuo?
Forse, n volte il suo stesso peso, prima di porsi in fila verso il formicaio/urbano?

LE CITTA’ E(S)TERNE
Viviamo la prossimità della genesi di un nuovo senso ancora inedito, latente, sopportato da una consapevole mutazione costante degli eventi che, sull’informazione hanno fondato la loro colonia riproduttiva. Ritengo questa, la particolarità del carattere pluriurbano, della realtà metropolitana contemporanea. Quindi, tocca avvicinare la potente lente del microscopio conoscitivo, alla materia urbana, ‘unta’ di realtà, per scoprirne la sua caratteristica, essenza porosa.
Essa nasce osservando e analizzando quelle città sconvolte dalla loro evidente iper-esposizione, divenute per questo delle città e(s)terne. Il contributo viriliano della terza finestra attiva (lo schermo), compone la frammenta-azione dei mille occhi attivi; le telecamere aumentano il loro numero, per osservare pezzi di urbano, fagocitando frammenti di realtà e generando, confermandola, l’essenza prettamente porosa del carattere pluriurbano. E non siamo di fronte ad una nuova forma d’arte, ma un’installazione perpetua che inquadra (pone nel quadro in cerca di un centro e del suo potere) l’indistinta pluralità, come obiettivo obbligato dell’attenzione che muove verso la zona foveale, alla ricerca di segni, superfici, volumi, e sovrapponendoli a gesti, pelle, corpi.

La spia rossa e il ronzio meccanico di spostamento, è eternamente connesso in-diretta. Trasmette attimi di falsi giorni appartenenti a tempi altri, illuminati da un’altra luce; quella che si rifrange sulla superficie lucida, di nuova formazione, dei tessuti del pluriurbano. Frammentato in pixel e ricomposto, rigenerato secondo un’altra dimensione genetica, teletrasportato in un non-luogo (memoria) distante, a condizione che abbia perso lo spazio, il tempo e, guarda caso, sia riproducibile. Ad essere isolato nelle immagini, non è più il movimento, ma il mutamento.
L’individuo non incontra solo il singolo oggetto della città, ma completa la composizione visiva, risolve l’ansia di un’attesa, inquadra contemporaneamente tutta la città, con lo sguardo e, imponderabilmente, linka l’urbano, immergendosi nella porosità delineata dal potere informazionale. La città, così, è sovra-es-posta. Questo è ciò che le nuove strutture realizzano ormai ibridanti il tempo tecnologico. Realmente attuano dei link di genere umano/urbano, anzi, di declinazione concettuale pluriurbana. Episodi costitutivi dell’urbano, dunque, partecipano coralmente ad una fondamentale comunità collaborante che dall’interazione crea struttura.

La complessità e l’instabilità, della realtà sociale, a questo punto, è molto più vicina alle caratteristiche umane di quanto si possa credere. Un processo tecnologico capace di avviluppare precipitosamente strutture già esistenti, trasformandole e adattandole a ritmi ed a tempi di fruizione o di gestione nuovi, occupando luoghi imprevisti e choc-cando; benjaminianamente. Infatti, il rischio è che l’accidente, inteso come istante unico dell’esperienza, prevalga sulla contemplazione possibile. D’altronde, siamo consapevoli che, il tanto declamato “nomadismo”, inteso come fonte di ricchezza e confronto di civiltà, forse potrebbe realizzarsi in un “incontro indifferente” tra individui dall’aspetto simile alle figure umane dipinte da Munch: sagome esili, ferme, scure, dal viso pallido giallo/verdastro, con occhi a spillo, magari inespressivi e metafisicamente immobili.
Lo choc fisico, rimane l’eterno urto indifferente tra individui che si muovono veloci nelle vie di una città (non lontano da un contesto letterario dell’uomo della folla di E.Poe) previsto da Benjamin, riavviva il concetto dell’incontro con l’abitato e lo choc, non è più dell’individuo indifferente, è, invece, l’impatto dell’uomo urbano, ora, con tutta la città, diventata l’unico referente pluriurbano, rivelata nella sua visione concettuale porosa. Per ogni relazione differente, cogliamo il conseguente sistema di riferimenti per cui l’intensificarsi degli sforzi umani stà nel fatto di rendere utilizzabili questi apparati, queste etensioni, questi luoghi differenziati posti in una complessa intelaiatura funzionale. Pluriurbano è la complessa dinamica del corpo collettivo, utile per soddisfare le normali esigenze umane d’accesso ai luoghi, condizione alquanto porosa. Se la superficie come apparenza evidente, è la prima parte, quella comunicativa della sostanza, del significato, allora la città e la stessa carne dell’uomo, diventa l’espressione e il territorio del pluriurbano.

TRACCE POROSE
Sempre continuando la ricerca e l’analisi della città, come ricerca ‘oggettuale’ di trasformazione indipendente, cogliamo come lo spazio e il tempo ne ascrivono continuamente un’inedita con-formazione.
Trattando l’argomento della porosità del pluriurbano, possiamo trovarne esempi ragguardevoli nella tentata rappresentazione cinematografica. Un processo cognitivo interessante per poterne leggere l’evoluzione della sua sintassi nel tempo. Siamo passati dai lenti scatti delle squadre di operai, del film Metropolis, che evidenziano la suadente e fascinosa ‘vicinanaza’ macchinistica, ancora intrisa di un’aura mitica, immersa in graficizzazioni santeliane di tentacolari città a livelli esplorate dal tempo ritmico militaresco, sempre in cerca di mutare il corpo in macchina, all’equipaggio inconsapevole di presenza aliena, a bordo di un’astronave in Alien, in cui l’incontro tra specie organichr diverse è mediato e supervisionato da un androide macchina-uomo, posto a supporto della precaria limitatezza istintuale umana. Oppure dal ‘brodo primordiale’ (cromato) dell’effetto morphing in Teminator 2, alle minimali sequenze che dimostrano il tempo dilatato/poroso, del sistema bullet -time del primo Matrix, fino alle deterritorializzanti e s-coordinate visioni oscillanti della città ‘indagata’ vertiginosamente da Spider Man. Fino all’estrema conseguenza dei ‘salti’ nello spazio/tempo, dal film Jumper. Il complesso flusso di relazioni vitali altamente recettivo, quindi poroso, che chiamiamo città, finalmente si rivela mostrando i suoi rinnovati primi piani posti in velocità, i suoi quadri prospettici piegati dall’accelerazione.

Sono relazioni adesso visibili, che realizzano condizioni d’esperienza cognitiva diversa, ma tutta derivata dagli effetti d’animazione; degli esercizi di stile di una scienza ottica inaspettata che testimonia la porosità della comunicazione e della sua velocità acquisita nel tempo.
E’ questa, la genesi di un momento perpetuo, l’accidente cede ad un tempo continuo. Ora, è permesso, così, di “accedere” ad un flusso di informazioni, ed a vaste zone interattive che guidano l’attenzione del fruitore di rete (spazio e tempo), tra luoghi in-formali sovrapposti o connessi, definendo dei frame di nuova dimensione percettiva, istituendone l’in-diretta realtà. Il pluriurbano regolato, quindi, dalla sua estrema porosità, sceglie l’estensione alla concentrazione, espone il suo interno condividendone la reattività naturale, procede perciò ad un’evoluzione vitale, dell’urbano, soprattutto rendendolo flessibile e così tremendamente adattabile.
I flussi d’informazioni, hanno, dunque, generano metaforiche gallerie del vento, dove l’interattività, modella identità complesse partecipi di una grande macchina urbana/umana, pensante.
Viviamo le prossimità di quello che si va delineando come la complessa genesi del nostro probabile nuovo senso. Difficile da immaginare perchè formato da una magmatica realtà mutante, ma possibile da descrivere. Come si arriva a tali conclusioni? Basta osservare attentamente l’evoluzione architettonico-urbana e le componenti tecnologiche che ad essa si sono pian piano unite destrutturando, ma compositivamente, costituendone configurazioni strutturali inattese e ormai insostituibili.

LA MUTAZIONE CHE ACCADE
E’ il regalo che il pluriurbano concede; la fusione con una tecnologia avanzata, la perfetta simbiosi tra due realtà lontane che hanno trovato una strada comune avviluppando l’una, le prestazioni dell’ospite e offrendo le proprie, a garanzia di una sopravvivenza più lunga. Un confronto nuovo, che ho definito come un probabile nuovo “senso inedito”. Esso ci accompagnerà inoltrandoci in un ambito “deterritorializzato”, “dislocato”, senza coordinate di riferimento, caratteristiche essenziali per la costituzione di prossimità spaziali in continua formazione.
Il processo di mutazione dello spazio di relazione, sia esso fisico sia virtuale e della sua identificazione sociale, ha creato le condizioni favorevoli per il manifestarsi di una nuova visione dell’ambito urbano, generando una dimensione alternativa collettiva di sopravvivenza; una connessione imprevista, un senso inatteso, perciò, “inedito”. Un senso che svela l’importanza relazionale degli altri cinque e ribalta il concetto di materia, proiettando un’intepretazione diversa nel discorso costruttivo e soprattutto progettuale dell’esperienza materica condivisa.
E’ cambiato qualcosa nel nostro modo di intendere il tempo e lo spazio, “percettivamente” non più relativi. L’evidente pluriurbanità è l’esempio pregevole delle flessibilità, nelle sue forme espressive che registrano i cambiamenti sociali derivati dalle dense diverse innovazioni tecnologiche. Essa ha risposto come sempre alle attese, anzi grazie alla sua immensa dinamicità autorigenerante, rimane l’esempio pratico nella possibilità di ricreare nuove visioni composte da nuovi linguaggi, straordinariamente diversi, imparando, non da errori, ma dagli incontri/scontri choc del reale.

Porosità, dunque, è la componente dimensionale ritrovata, altamente permeabile di fronte a qualunque linguaggio, capace di assorbire i “nuovi tempi”. Certo le visioni di registi e scrittori a proposito dell’argomento, non sono delle più entusiasmanti, il flusso d’informazioni, porta ad una consapevole “distrazione”. Per esempio Philip K.Dick, isola i suoi personaggi in un mondo klipperizzato (verso un disordine incontrollabile, nel suo racconto ‘Il cacciatore di Androidi’), Wim Wenders (nel film “Fino alla fine del mondo”), invece li isola in una natura lontana metafisicamente ‘ferma’ agli occhi dell’uomo, consumati da un’assenza dalla realtà, data dalla sua ossessionante presenza in un mondo in transito, “supportato” da continue connessioni, con periferiche incantatrici di derivazione digitale, costantemente attive.
La ricerca verifica queste nuove ‘etensioni’, ormai insostituibili componenti di un organismo nuovo, la fusione tra la realtà del progetto tecnologico e del senso del desiderabile umano, possibili visioni di paesaggi ancora da esplorare la cui architettur(a)zione dipende direttamente dall’interpretazione porosa dall’accessibilità del quotidiano pluriurbano.

Paolo Marzano

Rudolf Arnheim, Il potere del centro, Einaudi, Torino, 1994.
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Vedere anche su: Millepiani URBAN – urbanesimo architettura estetica
http://www.alessandrogagliardi.it/urban/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1

 
 

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